NEWS E approfondimenti

Riflessioni su un “Prestito Italia”

locandina prestito della ricostruzione

La tragedia Covid-19 ha trovato il nostro Paese nelle condizioni di maggiore fragilità tra i 27 Paesi della CE e, in particolare, tra i 19 Paesi dell’Area Euro. La fragilità è compendiata da tutti i macro indicatori economici del 2019 e dell’intero periodo 2012/2019: crescita del PIL reale, crescita (continua) del debito in valore assoluto e in rapporto al PIL, qualità ed efficacia di tutte le manovre finanziarie annuali ipotizzate e maturate nel decennio.

A livello tendenziale, come trend degli ultimi 3 anni, siamo dietro e molto, anche rispetto alla martoriata Grecia (crescita media dell’1,6% del PIL reale), per non parlare della diligente Spagna (+2,4%) e del serio Portogallo (+2,8%), tanto per rimanere in Area Sud Europa: la nostra crescita media è stata inferiore all’1% . Una sintesi numerica di quanto detto è riportata nelle tabelle allegate (da 1 a 3).

IL DEBITO PUBBLICO ITALIANO

La radice di questa continua “debacle” accomuna tutti i Governi succedutisi nell’ultimo decennio: in taluni periodi ci sono stati obiettivi motivi per un inasprimento dei vari indicatori; ma altri periodi, di sviluppo e recupero (per gli altri), hanno visto l’Italia arrancare come crescita del PIL: siamo stati quasi sempre in “zona retrocessione”, se si potesse usare una metafora sportiva. E mai, nessun Governo, ha affrontato seriamente, nel decennio, il tema del Debito che ha il Paese.

Un debito che presenta i seguenti pesantissimi conti come interessi pagati:

• 3.872 mld di € dal 1980 al 2018. Il calcolo è di Giancarlo Pagliarini, ex Ministro Leghista del Primo Governo di Centro Destra della Seconda Repubblica. Il valore è pari a più di 2 volte il PIL (1.788 mld€ nel 2019); è pari al 160% del Debito complessivo che abbiamo (2.410 mld di € a fine 2019);

• 74,3 mld di € all’anno pagati, in media, sempre come interessi, nel periodo 2010/2018. Una cifra superiore del 50% al tanto atteso “Decreto Maggio”;

• 64,7 mld € di interessi pagati nel solo 2018. Cifra del 30% superiore al ricordato “Decreto Maggio”. Si tratta di 177 Mil€ al giorno.

Tutti i partiti (o quasi) quando vanno al Governo dicono che il Debito deve essere ridotto puntando allo sviluppo del PIL. Qualsiasi aumento ragionevole del PIL non favorirà mai, da solo, un concreto percorso di rientro del Debito.

Esiste una semplice, pratica regola attuariale: per calcolare gli anni occorrenti al raddoppio o al dimezzamento di una cifra basta dividere il numero 75 per il tasso medio annuale ipotizzato (sia per il raddoppio che per il dimezzamento).

In questo caso, il tasso da usare è la somma della crescita del PIL e dell’inflazione. Noi avremo, a fine 2020, un debito pari al 160% del PIL. Per dimezzarlo, ossia per portarlo all’80% (che non è il 60% di salvaguardia), occorrerebbero:

Con una crescita del PIL dell’1% annuo:

– 75 anni, con inflazione zero;
– 37 anni con inflazione all’1% annuo;
– 25 anni con inflazione al 2% annuo;

• Con una crescita continua e regolare del 2% annuo:

– 37 anni con inflazione zero;
– 25 anni con inflazione media all’1% annuo;
– 19 anni con inflazione media al 2% annuo.

Sono, da una parte, livelli di crescita, specie il 2%, del tutto al di fuori delle nostre possibilità strutturali, anche come assetto anagrafico e sociale. E poi, come tempi – di per sé lunghissimi – le vicende delle ultime decadi ci insegnano che ogni decade ci fa vivere per lo meno una crisi dura, che interrompe le riprese, ci riporta indietro, costringe tutti i Paesi, dico tutti, a ricorrere ad aumenti del debito, come la recente crisi sta imponendo.

Quindi, dire che il Debito verrà ridotto solo con la crescita, significa non volerlo affrontare e, peggio ancora, disinteressarsene nel farlo aumentare. Peraltro, essere così indisciplinati, ci rende non credibili e crea scetticismo da parte di tutti i nostri interlocutori, a parte le storiche radici dei singoli interlocutori.

Pagare un tasso doppio della Spagna e del Portogallo (che pure viaggiano su debiti del 100/115% del proprio PIL), significa buttare al vento più di 30 mld di € all’anno. Urge, quindi, una manovra eccezionale per “ristrutturare e gestire” il debito; per lo meno per dare un segnale forte al mondo della finanza e della politica internazionale, per recuperare credibilità, per assicurare un futuro alle generazioni che ci seguono.

Né minacciare continuamente l’uscita dall’Unione Europea serve. Il sottinteso di questa minaccia continua è: “noi ci indebitiamo e poi voi dovete aiutarci altrimenti ce ne andiamo”. Ma dove? Chi troviamo che ci paghi o ci finanzi i debiti? L’America? O qualcuno pensa che lo possa fare la Russia, che ha i suoi gravi problemi?. O qualche altro, mai uscito di casa, pensa che lo faccia la Cina?

Rammarica, da esperto d’azienda, vedere in che modo sia stato speso ed ipotecato per il futuro, il debito italiano: dal 2015 al 2018, 3 manovre demagogiche hanno creato spese aggiuntive per 24 mld€ all’anno, senza alcun sottostante di investimento o di sviluppo.

Le aziende che usano il debito per fare sviluppo, creano ricchezza per tutti; quelle che lo utilizzano per pagare spese aggiuntive, senza un sottostante di sviluppo, falliscono! Va anche detto che finora il Debito Pubblico italiano è parso sostenibile, per la solidità dell’apparato industriale italiano, pubblico e privato. Ma solo per quello.

Ma questa sostenibilità, pagata a prezzo maggiorato rispetto agli altri partner europei, taluni per giunta più deboli industrialmente, porta a dissipare la ricchezza creata dal sistema Italia per pagare i debiti e non per sviluppare il Paese.

IL DEBITO PUBBLICO VA GESTITO

Prima di tutto, il nuovo debito, di natura senz’altro straordinaria e contingente, non può essere appoggiato solo sulla BCE o su una mutualità inter-europea. Questa possibilità si restringerà col tempo. E nel frattempo i mercati finanziari saranno inondati da domanda di debito, sia pubblico che industriale, a tassi vieppiù crescenti.

Da qui la necessità di impostare una importante manovra “endogena”. Il debito pubblico eccessivo è una corda per impiccati, pronta a scattare se facciamo mosse sbagliate o non tempestive, come accaduto talvolta.

Rispetto alle attuali regole della Unione Europea, della quale fortunatamente facciamo parte, il nostro debito pubblico pre Covid-19, è da molto tempo, eccessivo. Da tempo la Comunità della quale facciamo parte attende dai governi italiani un piano di riequilibrio ragionevole, credibile, ancorché distribuito nel tempo. Ma i nostri governi, come detto, non hanno mai fatto ciò e hanno preferito farci rimanere dei ricattati, con la corda – sempre più tesa – appesa al collo.

E appena si è intuito il danno che avrebbe fatto il Covid-19, tutti abbiamo incominciato a guardare all’Europa e a invocare solidarietà e aiuti. Tutto giusto, ma per chiedere e gestire ciò in modo convincente e credibile dobbiamo prima mettere in ordine l’Azienda Pubblica Italia, cioè i conti pubblici dell’azienda che fa capo al Governo e alle sue articolazioni territoriali.

Dobbiamo fare insomma quello che potevamo o dovevamo fare negli ultimi anni, e cioè avviare un piano ordinato di riequilibrio del debito; un piano distribuito nel tempo ma credibile, usando tutti gli strumenti a disposizione: controllo reale della spesa pubblica, smobilizzo di attività pubbliche non necessarie; cessazione di sprechi, ringiovanimento e modernizzazione della burocrazia. Ma anche una grande e straordinaria operazione di mercato per distribuire nel tempo più lungo il debito pubblico residuo.

Il Covid-19 impone un “cambio”, perché la solidarietà europea sarà a breve termine, ed a misura dei più virtuosi. Dobbiamo certamente continuare a richiedere alla Unione Europea un impegno serio e solidale e il Governo l’ha fatto. Ma per portare avanti la richiesta con la credibilità e la dignità necessarie, sia come soci fondatori che come esponenti di una grande economia, dobbiamo prima, nell’interesse comune e quindi anche nel nostro, mettere a posto la sgangherata Azienda Italia con i suoi sgangherati conti pubblici.

Ora, per dirla con Marco Vitale, il primo passo da fare è quello di lanciare una grande EMISSIONE DELLA RICOSTRUZIONE (o “Prestito Italia”), come fecero i nostri padri dopo la fine dell’ultima guerra. Oggi dobbiamo fare un passo simile e liberare i nostri figli e nipoti dal RICATTO del debito pubblico eccessivo.

Molte le voci autorevoli che chiedono sostanzialmente la stessa cosa, da De Bortoli a Tremonti. Quest’ultimo (Corriere della Sera del 30 marzo 2020) sollecita un “Piano di difesa e ricostruzione nazionale” che non sia molto diverso nello spirito da quello del 1948. Tremonti ha sostenuto la sua proposta con parole significative: “E’ in ogni caso e comunque essenziale che tutti insieme e ora più che mai si abbia una proiezione patriottica, comunitaria, e sociale, il sentimento di essere parte di una stessa Patria, perché ancora una volta nella nostra storia, è arrivato il momento della unum necessarium”.

Tremonti giustamente non si inoltra in dettagli tecnici che devono essere approfonditi ma si limita a fissare il punto centrale: “Un Piano basato sull’emissione di titoli pubblici a lunghissima scadenza con rendimenti moderati ma sicuri e fissi, garantiti dal sottostante patrimonio della Repubblica, titoli assistiti, come in un tempo che è stato felice, da questa formula: esenti da ogni imposta presente e futura”.

E ancora lo scorso 6 maggio, sul Sole24Ore lo stesso Tremonti, a proposito della recente sentenza della Corte Costituzionale tedesca, diceva “Cade l’illusione di un illimitato accesso ai fondi della BCE. Quale che sia la natura tecnica della decisione, è evidente che niente sarà più come prima, e niente sarà come è stato annunciato e sperato”.

Lo stesso documento Ricostruire ha evidenziato la necessità di uno strumento nazionale come il “prestito per la Ricostruzione” richiamando il medesimo titolo di analoga iniziativa dell’immediato dopoguerra. Solo che ne ha fissato l’entità a soli 30 Mld , che a me pare di un ordine di grandezza inferiore a ciò che servirebbe.

Con decisione si è espresso anche Giovanni Bazoli (Corriere della Sera, 5 aprile 2020) che pensa che gli eurobond verranno ma non prima che noi avremo avviato le nostre riforme: “A queste devono provvedere gli italiani… Resta il fatto che abbiamo un anomalo rapporto tra grande debito pubblico ed enorme ricchezza privata: 4374 miliardi di attività finanziarie delle famiglie (contro 926 miliardi di passività), 1840 miliardi di attività finanziarie delle società non finanziarie; contro 2409 miliardi di debito pubblico. Penso a un grande prestito non forzoso finanziato dagli italiani e garantito dai beni dello Stato… non bastano 100 miliardi ne servono 300. Meno del 7% della ricchezza finanziaria delle sole famiglie potrebbe segnare la svolta che cambia la storia d’Italia”.

Insomma, la dimensione dovrebbe essere di qualche centinaio di miliardi di € (da 1 a 3). Una proposta del genere – da impostare ed affinare tecnicamente – se viene presentata da una guida politica credibile e con una coinvolgente comunicazione potrebbe avere un grande successo come ebbe quella del dopoguerra.

Tale operazione dovrebbe coinvolgere le classi abbienti del Paese, togliendo di mezzo, una volta per tutte patrimoniale e tasse varie aggiuntive. Il prestito dovrebbe avere un tasso dell’1,5% annuo (magari detassato), in modo da avere anche effetti diretti e calmieranti sullo spread dei BTP. Dovrebbe servire a consolidare, in mani italiane, una parte del debito (dal 4% al 12% del Debito di fine 2020) e, nel contempo, ad avviare una sana politica economica.

La grande operazione di rifinanziamento e consolidamento a lunghissimo termine o con titoli irredimibili per il debito pubblico eccedente pre-Covid 19, dell’Azienda Italia, gestita dal MEF, dovrebbe, come detto, essere accompagnata da un piano di contenimento del debito pubblico residuo con riduzione di sperperi nella spesa pubblica (a cominciare dal porre un termine al 2020 alle ultime 3 manovre populiste), con lo smobilizzo di attività pubbliche non strumentali, è il primo indispensabile passo per una storica svolta nella finanza pubblica italiana e per riconquistare una posizione di dignità in Europa e nel Mondo.

Il secondo passo è che gli interventi di risarcimento per i danni da Covid 19 siano adeguati ma al contempo siano rigorosamente e seriamente gestiti. C’è il rischio che si infilino molte infondate pretese.

Dobbiamo certamente sostenere la ripartenza dell’Italia produttiva, risarcendo i danni subiti dal terremoto Covid 19. Ma va presa ad esempio la gestione dei terremoti del Friuli e di quello più recente dell’Emilia (prima le fabbriche, poi le case e le chiese) e non quelli del Belice, dell’Irpinia e dell’Aquila. I risarcimenti devono essere rigorosamente limitati alle attività produttive che hanno subito dei danni economici e finanziari effettivi, stabiliti con criteri appropriati per ogni singola categoria di impresa, al netto degli eventuali risarcimenti assicurativi. La liquidazione dei danni deve essere rapida ma rigorosa.

E’ poi importante che si operi in un canale speciale ad hoc e non attraverso quelli tradizionali della PA e che il mandato dato a chi deciderà sia molto chiaro: onestà, velocità, efficacia e rigore. Quindi: grande operazione endogena sul Debito Pubblico; serietà nel risarcimento dei danni. E da ultimo, una vera, dura, persecutoria lotta alla evasione fiscale, compresa l’elusione che accompagna le vendite on-line.

Leggi qui la NOTA con le tabelle esplicative.

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp
Condividi su telegram
Vito Gamberale

Vito Gamberale

Lascia un commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp
Condividi su telegram
Categorie
YOUTUBE
Articoli recenti
TAGS

Invia la tua proposta

RICOSTRUIRE

Il piano strategico di professionisti, imprenditori e accademici per superare l’emergenza e rilanciare l’economia italiana.