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Chiusa il sabato

Il primo giorno di scuola c’è, ma manca il coraggio di cambiarla davvero

studenti

Il primo giorno di scuola sarà il 14 settembre. Incrociando le dita, visto come sono andate le cose fino adesso quando si parla di riapertura. Sarebbe stato comunque molto meglio aprire subito dopo il lockdown, sfruttando i due mesi di pausa estiva. Ma tant’è, questa è la linea scelta dal Governo. Tanto più che i nodi da sciogliere per la riapertura a settembre restano molti. Sulla scuola infatti si cerca di recuperare il tempo perduto, ma manca una visione di riforma complessiva.

Un esempio? La proposta di tenere aperte le scuole anche il sabato che era stata avanzata nelle bozze delle Linee guida del ministero. Proposta svanita come neve al sole negli ultimi giorni. Pensiamo a quante famiglie e persone che lavorano sarebbe servita una decisione del genere. La didattica in sicurezza, poi, si porta dietro la questione degli spazi scolastici. Secondo un’indagine dei presidi italiani, il 20%-30% degli edifici scolastici necessitano di lavori di ristrutturazione interna, dunque si deve prevedere il reperimento e l’uso di spazi esterni alla scuola.

Giannelli, il presidente di Anp, ha affermato che in otto settimane bisognerà trovare circa 70 mila aule per poter collocare il milione di alunni che rimarrà fuori dalle scuole per via delle norme sul distanziamento. Una corsa contro il tempo, dunque, che rischia di aggravare le diseguaglianze scolastiche già tanto forti nel nostro Paese. Perché il Governo ha affrontato così tardi questioni che erano prevedibili? Eppure siamo tra gli ultimi a riaprire le scuole in Europa.

Ora si dice che per la scuola ci sono tre miliardi e trecento milioni di euro. Una somma ingente, che non va sprecata. Ma se la querelle, dopo il plexiglass che tanto irrita il ministro della istruzione, diventerà quella sui banchi singoli per favorire il distanziamento (i presidi dicono che costano troppo) ancora una volta guardermo il dito più che la luna.

Almeno il ministero adesso parla di recupero degli edifici dismessi e di fare lezione al di fuori dagli spazi scolastici. Le scuole potranno avviare delle collaborazioni con enti del territorio come biblioteche, musei, cinema e teatri, per avere altri luoghi dove fare didattica. Bene. E’ da due mesi che il Piano di Ricostruire spiega come fare scuola anche fuori dalla scuola! Ma perché ci pensano solo adesso?

Nelle linee guida del ministero si parla anche della necessità di riconfigurare la classe, mettendo insieme alunni provenienti da classi diverse o anche da diversi anni di corso. Aggregando le discipline in aree e ambiti più ampi. Tutto questo attraverso una diversa modulazione settimanale del tempo scolastico. Peccato che la scuola aperta il sabato si sia persa per strada, a proposito di rimodulazione dei tempi.

Nelle intenzioni del ministero a settembre si dovrebbe tornare in una scuola differente da quella che abbiamo lasciato bruscamente a marzo. Intanto però si fa la cosa che la politica italiana conosce meglio. Assumere. La ministra Azzolina ha predisposto l’assunzione a tempo determinato di 50 mila persone tra docenti e personale ATA. Assunzioni a tempo indeterminato, aumentando lo stipendio dei docenti da 80 a 100 euro.

Ma gonfiare gli organici non può bastare ad avere una scuola nuova. Il problema non è la quantità, ma la qualità. Per evitare che semplicemente più persone facciano quello che si faceva prima, bisognerebbe formare  e assumere docenti pronti a rispondere ai cambiamenti radicali di cui il nostro sistema della istruzione ha bisogno. Capaci di seguire gli studenti durante l’intero percorso formativo per cogliere tutte le occasioni formative formali, non formali e informali che permettano di maturare competenze e di valorizzare le specificità e i talenti di ognuno.

Il Governo sta prendendo coscienza del fatto che alla scuola serve un cambiamento radicale come quello che abbiamo proposto con il professor Bertagna ormai più di due mesi fa. Ma tutto avviene troppo lentamente. Per non sprecare le risorse a disposizione bisogna uscire dalla logica della emergenza puntando a una riforma strutturale. Serve una scuola migliore di prima, non uguale né tanto meno peggiore. Altro che sabato! Teniamo le scuole aperte tutti i giorni, tutta la settimane, sempre al servizio delle famiglie e delle comunità. Questa sarebbe una svolta radicale. Altro che i banchi singoli.

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