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L'intervento al webinar

Per Ichino quello dei dipendenti pubblici non è smart working

smart working

Smart working e pubblica amministrazione: due strade che, secondo il professor Pietro Ichino, non si sono incrociate in questa fase di quarantena obbligatoria imposta dal Covid. Nei giorni scorsi il punto di vista espresso dal giuslavorista sulla modalità di lavoro attuato nella Pa aveva creato non poche polemiche. Ospite di Ricostruire, Ichino torna sull’argomento confermando le sue posizioni e togliendosi qualche sassolino dalla scarpa.

Negli articoli pubblicati nelle scorse settimane “mi sono limitato a chiedere che non si parli di smart working quando in realtà ci si sta riferendo ad altro“, spiega durante il webinar Meno leggi, più contratti di prossimità: per una riforma della contrattazione collettiva nell’industria. “Purtroppo – aggiunge – nel settore pubblico si è preteso di qualificare come smart working la situazione lavorativa del 90% dei dipendenti pubblici, ma così non è”.

Non si tratta di essere pregiudizialmente contro smart working e lavoro agile. Nuove modalità di lavoro possono consentire alle aziende di ridurre i costi fissi, ai lavoratori di ridurre il tempo dedicato agli spostamenti, alle città di ridurre l’inquinamento e la congestione del traffico nelle ore di punta. Ma “è importante chiarire i termini della questione – sottolinea Ichino – per evitare di imputare allo smart working dei difetti che non ha”.

La conclusione del suo pensiero sul tema Ichino la dedica alle polemiche dei giorni scorsi. “È scattato un meccanismo – ha spiegato – che tende a impedire che si discuta di un’opinione. Una sorta di cordone sanitario volto a dire ‘di questa cosa non si deve parlare’. Di questa tecnica fa parte anche il distorcere, il caricaturalizzare, l’opinione espressa da una persona che si vuole isolare. Mi hanno fatto dire cose che non ho mai detto, per poter dire che di quel che parlo non si deve discutere”.

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