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Il punto sulla scuola

Il Ministero dell’istruzione-Willy il Coyote e la realtà-Beep Beep. «Modeste proposte» per non sfracellarsi sulle rocce

willy coyote

1. Finalmente la versione definitiva del Piano scuola 2020-2021. Documento per la pianificazione delle attività scolastiche, educative e formative in tutte le Istituzioni del Sistema nazionale di Istruzione. Detto anche per i mass media “Linee guida ministeriali per la ripresa delle attività didattiche a settembre”. Qualche giorno fa le Regioni avevano contestato la precedente versione. Purtroppo soprattutto perché non era stata concordata con loro, come buon senso e legge costituzionale avrebbe consigliato al Ministero dell’Istruzione.

Ma si sa che, in questo Ministero, l’abitudine all’autoreferenzialità è un dato strutturale. La conclusione, comunque, è che sono cambiate almeno un poco. In particolare, si è avuto un aumento della posta di bilancio per facilitare la ripartenza e il riconoscimento di un tavolo separato sui trasporti degli studenti con una proliferazione territoriale di tavoli e contro tavoli che speriamo possano funzionare e risultare efficienti.

In compenso, le Linee guida in questione si sono rivelate la cartina di tornasole per portare alla luce del sole alcune verità finora lasciate sottotraccia, ma che dopo la conferenza stampa di presentazione convocata dal Capo del Governo e dal Ministro dell’istruzione si annunciano come già da ora incontrovertibili.

2. La prima è che chi pensava che, dopo il Covid con il lockdown più lungo del mondo, tutto sarebbe stato, per la scuola, meglio di prima si deve rassegnare a dover concludere che tutto sarà peggio di prima, nemmeno come prima. Non solo per la qualità educativa e culturale del sistema scuola (riprenderemo più avanti questa perentoria affermazione per argomentarla), ma anche per la disarmante confessione pubblica del Ministro che il 15% dei ragazzi, se non si trovano locali esterni agli attuali edifici scolastici, non potrà rientrare nelle aule (e chissà quanti erano allora gli sfortunati se fossero rimaste le regole di distanziamento date fino all’altro giorno come assolute e, dopo la protesta delle Regioni, diventate invece d’incanto molto più relative; rovescio del discorso: perché il Ministero ha voluto aspettare la protesta di Regioni e della piazza per chiedere agli “esperti” regole più sensate di distanziamento senza agire di suo impulso mesi prima, allo scopo di ottenerle? Forse perché temeva di dover chiedere ai docenti e ai dirigenti di rientrare in servizio magari da maggio per soddisfare le esigenze formative dell’85% degli studenti?).

La seconda verità è che ci saranno più soldi a debito pagati da tutti i cittadini non per qualificare, come ci si sarebbe augurati, il servizio di istruzione per gli studenti ma, più o meno, solo per gonfiare ulteriormente gli organici attuali, cioè assumere più docenti, più personale Ata e più bidelli tutti a tempo determinato semplicemente per fare le stesse cose che prima si svolgevano con meno personale. E tutto questo mentre già ci sono 836.000 docenti in organico per 7.599.000 studenti (cioè un docente ogni 9 studenti che si abbassano a 7 se si aggiungono anche i docenti temporanei per le supplenze brevi). Si capisce immediatamente da questi dati quanto la scuola sia diventata (per la verità non da oggi) il più imponente falansterio politico-sindacal-elettorale del paese, nel quale gli argomenti di merito per l’innovazione e la qualità dei risultati lasciano il tempo che trovano. Salvo aderire alla comoda e controfattuale tesi che più docenti in servizio significhino ipso facto più qualità degli apprendimenti, più garanzia di una scuola migliore (quando, in realtà, sappiamo tutti che, dal 2010, mentre il numero degli studenti decresceva, quello dei docenti aumentava, e non pare assolutamente, anche al di là dei dati Invalsi e Pisa, che la nostra scuola abbia fatto, per questa proporzionalità inversa, un salto di livello: anzi ha proseguito nella sua decadenza).

Ora, se è vero che servono anche più soldi di quelli trovati dal governo per cambiare in meglio la scuola, bisogna riconoscere che quelli che in ogni caso saranno spesi con la logica annunciata nella conferenza stampa governativa saranno soldi buttati, debito inutile che peserà sulle spalle di quei giovani ora studenti che diventati adulti ne avrebbero molto volentieri fatto a meno. Infatti, serviranno solo ad aumentare i voti ad alcuni politici e le iscrizioni ai sindacati scuola, ma non ad ammodernare in maniera adatta alle sfide del terzo millennio un sistema scolastico ancora fermo al paradigma dell’organizzazione militare dell’ottocento e di quella fordista del novecento. Per di più in un’epoca nella quale l’esercito di leva nazionale è stato abbandonato da 20 anni e il fordismo organizzativo è soltanto il pericoloso relitto di un naviglio mentale (e amministrativo) che ha portato a sfasciare il nostro paese contro gli scogli del reale.

L’ultima verità è che la scienza, o meglio i cosiddetti esperti dei vari comitati tecnico-scientifici e dell’Istituto Superiore di Sanità a cui tutte le istituzioni del paese si sono impiccate dal 31 gennaio, hanno la stessa affidabilità dell’Oms: cioè scarsa, mobile, come la famosa donna dell’opera, più leggera di una piuma al vento. Con questa versione definitiva delle regole di distanziamento, infatti, dopo aver terrorizzato tutte le persone di buon senso spergiurando prima sui poteri taumaturgici delle cellette di plexigas per ogni ragazzo, poi sul metro di distanza tra i confini dei banchi, infine sulle mascherine che anche i bambini con più di sei anni avrebbero dovuto indossare tutto il giorno, si è all’improvviso scoperto la virtù taumaturgica della «rima buccale», espressione medica desueta per indicare la distanza di un metro non più tra i bordi esterni dei banchi ma tra la bocca di un ragazzo e l’altro, perché basterebbe ed avanzerebbe per un’efficace prevenzione sanitaria del virus. E che le mascherine non servono più, almeno in aula. Per fortuna. Ma dirlo prima? O lo si è detto solo adesso perché, arrivando quasi a luglio, era ormai impossibile la pretesa di avviare non cosmetici adattamenti edilizi degli edifici scolastici per settembre? Grazie ai banchi disposti, come i battaglioni militari, a «rime buccali», in effetti, l’85% delle aule ora disponibili potrà ospitare più o meno lo stesso numero di alunni pre Covid.

3. È comunque significativo che tutto questo accada nel momento in cui parte tra squilli di trombe l’insegnamento formalizzato dell’educazione civica in tutta la scuola italiana. La circostanza consente, però, di sostenere che il Ministero dell’istruzione, per sponsorizzare in modo paradossale questo insegnamento, non ha trovato nulla di meglio che dare, da marzo in poi, continui esempi anche un po’ imbarazzanti di dis-educazione civica istituzionale.

3.1. Il Ministero doveva permettere ai genitori che riprendevano il lavoro a maggio la sicurezza che l’istituzione scuola nazionale si sarebbe impegnata per assicurare la frequenza scolastica dei loro figli minori, se ne avessero avuto bisogno e fatto richiesta. Non tutti gli 7,5 milioni di studenti sarebbero certo tornati nelle aule. Ma questa offerta di servizio pubblico avrebbe potuto essere, da un lato, un’occasione per iniziare a far familiarizzare gli studenti e i docenti disponibili (e ovviamente incentivati) con una socialità scolastica fondata sul distanziamento fisico e sul rispetto delle regole sanitarie perfino molto più severe di quelle poi alla fine escogitate dai tecnici. Dall’altro lato, avrebbe potuto costituire una maslowiana peak experience (come abbiamo qui sostenuto fin dalla fine di marzo) per sperimentare fino al 14 settembre, con una scholé estiva, nuove e diverse formule organizzative e didattiche per cambiare davvero la scuola e renderla più adatta alle esigenze del nostro tempo e soprattutto ai bisogni e desideri di apprendimento degli studenti.

Il governo, invece, con la sua verbosissima inazione, ha costretto 40 mila mamme a licenziarsi (per di più in un’Italia che già prima del Covid vantava il più basso tasso europeo di occupazione femminile) e ha, comunque, obbligato moltissimi altri genitori che pagano le tasse a fare sacrifici per prendere congedi o pagare baby sitter perché ha deciso di riaprire le scuole solo al 14 settembre, lasciando 835 mila docenti a casa loro in smart working con la cosiddetta didattica a distanza e soprattutto con lo stipendio pieno.

La contraddizione di questo atteggiamento la si comprende perfino leggendo molti passi delle Linee guida scritti a proposito della ripresa settembrina. Per esempio, è evidente nel pezzo seguente: «Un’attenzione particolare va data ai bambini che per la prima volta risultano iscritti alla scuola dell’infanzia, prevedendo per essi (e per i loro genitori) momenti riservati di ascolto e di primo ambientamento. Questa avvertenza è importante per tutti i bambini frequentanti, per i quali vanno riannodate esperienze bruscamente interrotte e che vanno preparati al nuovo incontro, coinvolgendoli gradualmente – considerata la loro tenera età – nella assunzione delle nuove regole di sicurezza e di rispetto. Ad esempio, il rito frequente dell’igiene delle mani, la protezione delle vie respiratorie, la distanza di cortesia, potranno diventare nuove “routine” da vivere con serenità e gioiosità»

Se è vero, come è vero, infatti, che soprattutto per i bambini più piccoli, il lockdown scolastico è stato un trauma da autentica «pedagogia nera» perché aspettare il 14 settembre a rielaborarlo sul piano educativo da «pedagogia bianca»? Perché non offrire a chi ne avesse avuto bisogno e l’avesse richiesto l’opportunità di farlo istituzionalmente da maggio a settembre? Perché non immaginare, inoltre, che proprio i piccoli che avessero scelto di frequentare la scholé estiva avrebbero potuto svolgere, dal 14 settembre, meglio delle educatrici, una sanissima ed efficacissima attività pedagogica tutoriale nei confronti dei loro compagni ancora digiuni delle routine della frequente igiene delle mani, della protezione delle vie respiratorie in certe situazioni, della socialità vissuta a distanza di cortesia?

3.2. Ma, secondo esempio di dis-educazione civica istituzionale, è anche il colpevole ritardo con cui il Ministero ha definito le Linee guida ora varate. Il Ministro aveva annunciato da marzo che l’anno scolastico era in sostanza finito. Nello stesso tempo aveva assicurato che al 1° settembre:

a) le scuole sarebbero state pronte per accogliere gli studenti, rispettando le regole sanitarie;

b) si sarebbero svolti i recuperi per i ragazzi che non avessero maturato gli apprendimenti dell’anno precedente nonostante il volenteroso sforzo di molti docenti per la didattica a distanza.

Né l’una né l’altra cosa si è realizzata con le Linee guida e con le decisioni assunte dal governo.

A parte la provocazione di averle emanate a due mesi da settembre quando ormai ogni non cosmetico intervento di natura edilizia sulle scuole e di natura logistica per i trasporti sui territori risulta complicato, è un fatto che:

a) le scuole inizieranno il 14 settembre e non l’1°;

b) i recuperi degli apprendimenti diventeranno una pia illusione didattica o meglio solo un adempimento formalistico perché, dal 1° settembre, molto più della metà dei docenti italiani cambierà sede, incontrerà ragazzi e famiglie che non hanno conosciuto, né sapranno nulla di ciò che eventualmente i loro colleghi dell’anno precedente possono aver svolto con la didattica a distanza.

Con che audacia il Ministero può, in queste condizioni, continuare ancora parlare di regolare ripartenza scolastica e, soprattutto, di rispetto del principio pedagogico della continuità educativa e didattica?

3.3. Ma è il principio generale che pare ispirare queste Linee guida a essere palesemente dis-educativo dal punto di vista dell’esempio della responsabilità istituzionale. Purtroppo (come ho cercato di argomentare in Reinventare la scuola. Un’agenda per cambiare il sistema di istruzione e formazione a partire dall’emergenza Covid-19, Edizioni Studium, aprile 2020) lo stesso principio adottato fin dalla chiusura delle scuole iniziata a fine febbraio, ovvero quello di scaricare responsabilità e patate bollenti sempre su altri: i diversi Comitati tecnico-scientifici cresciuti come funghi, le Regioni, i Comuni, le istituzioni scolastiche, il privato sociale, le famiglie…

Addirittura, a proposito di famiglie, a settembre sarà loro responsabilità procurare ogni giorno le mascherine per i figli, e a provare ai figli-studenti la febbre ogni mattina non sarà un addetto dell’istituzione scolastica come accade quando si va in treno, dal parrucchiere, al ristorante, in una impresa, a teatri ecc., ma saranno i genitori.

In sovrappiù senza fornire a tutti questi soggetti anche le risorse finanziarie e giuridico-amministrative per esercitare le responsabilità loro scaricate.

Si pensi, ad esempio, alla vicenda dei tamponi: dopo ben cinque mesi dalla proclamazione dello stato di emergenza, l’Italia, ancora non si sa per quanto grande potenza industriale, non è in grado di farli per il numero che serve, quasi fosse un paese da terzo mondo. E nemmeno è stata in grado di mettere a sistema nazionale, soprattutto nelle scuole, l’unica strategia che si è rivelata vincente nello spegnere sul nascere i focolai di infezione: quella messa a punto dal prof. Andrea Crisanti al Vo di Padova.

Come se, insomma, alla fine, a doversi dimostrare inefficienti e ad aggiungere ulteriori, pesanti disagi a quelli già esistenti non fosse l’inadeguatezza del centro e della sua classe dirigente, ma la mancata ingegnosità applicativa delle periferie.

4. Vorrei, tuttavia, mostrare quanto Linee guida e decisioni del governo sposino un’autentica dis-educazione civica istituzionale su un tema che è il cuore stesso dell’esistenza in vita del Ministero: quello degli ordinamenti didattico-organizzativi.

In verità, nelle Linee guida, ci sono passaggi molto innovativi a questo proposito. Non sono contenuti nuovi, è vero. Si ripetono purtroppo con reiterata e depressiva inanità dalla legge 348 del 1977 (le famose 160 ore annuali della scuola media, durante le quali avrebbero dovuto saltare le rigidità delle classi, la riduzione degli apprendimenti ad apprendimenti solo disciplinari, gli orari settimanali dei docenti, la differenza tra scuola ed extrascuola, la differenza tra lezione e laboratorio perché avrebbero dovuto essere l’uno il verso dell’altro), dal Dpr. 275 sull’autonomia del 1999 (dove si supera l’organizzazione scolastica fordista per leve d’età e per classi) e, soprattutto, dalla legge delega n. 53 del 2003 e dai relativi decreti attuativi che hanno costituito forse la sintesi più avanzata degli spazi di cambiamento del sistema scuola aperti pionieristicamente dalle leggi precitate. Ma proprio perché finora disattesi in piena avvertenza e deliberato consenso sia a livello di sistema politico-sindacale che di mentalità diffusa, il loro recupero merita senz’altro un plauso ed un apprezzamento.

Per la prima volta con questa determinazione, infatti, causa pretesto delle norme sanitarie anti Covid, i passaggi in questione delle Linee guida parlano dell’indifferibile necessità di “riconfigurare il gruppo classe in più gruppi di apprendimento”; di prevedere attività di “gruppi di alunni provenienti dalla stessa o da diverse classi o da diversi anni di corso” quindi gruppi di livello, di compito/progetto o elettivi, siano essi di approfondimento, recupero o sviluppo disciplinare e interdisciplinare; di aggregare “le discipline in aree e ambiti” molto più larghi del disciplinarismo fordista a cui siamo abituati; di “garantire, a ciascun alunno, la medesima offerta formativa, ferma restando l’opportunità di adottare soluzioni organizzative differenti, per realizzare attività educative o formative parallele o alternative alla didattica tradizionale”.

In altri termini, ribadiscono che le classi, i docenti disciplinari, i piani di studio giornalieri, settimanali e annuali, gli strumenti di apprendimento (tipo i libri di testo o la lavagna) non potranno più essere così come li abbiamo conosciuti prima del Covid. Tanto più che si chiede, almeno per le scuole secondarie di II grado, una opportuna pianificazione “di attività didattiche in presenza e digitali” e, per tutti gli ordini e gradi di scuola, di saper miscelare armonicamente in un organico piano di studio personalizzato i momenti formali, non formali e informali di apprendimento vissuti da ogni studente, impiegando a questo scopo la risorsa dei Patti educativi di comunità. Patti che coinvolgano “vari soggetti pubblici” e “attori privati, in una logica di massima adesione al principio di sussidiarietà e di corresponsabilità educativa”. Senz’altro molto bene questa prospettiva del “learning anywhere and anytime”. I ragazzi, del resto, apprendono più informazioni e perfino conoscenze fuori dalla scuola, non dentro di essa. Semmai la scuola non insegna loro la competenza critica di ordinarle, sceverarle, respingerle o accettarle motivatamente, per argomenti non per impressioni, percezioni, pregiudizi.

Dinanzi a questi affermati scenari innovativi, tuttavia, il Ministero pensa di concretizzarli per gli studenti e le famiglie, continuando a immaginare l’inerzia dell’organico costituito per classi anche sdoppiate e reclutando il personale soltanto secondo le attuali classi di concorso e graduatorie e secondo le modalità risibili che si sono ormai consolidate nel tempo. Insomma come se la questione si potesse affrontare semplicemente aumentando il numero dei docenti precari con le regole attuali, di selezione e anche di stato giuridico.

Se così fosse, tuttavia, saremmo già sicuri, e il Ministero lo sa per primo, che tutti i passaggi delle Linee guida prima apprezzati si rovescerebbero nel loro contrario: produrrebbero un disordine ingestibile non solo per i docenti, i dirigenti e le famiglie, ma per la qualità della formazione stessa degli studenti, già oggi molto insoddisfacente.

È vero che gli studenti non votano e che le famiglie sono più rassicurate dal riavere a settembre la scuola che hanno lasciato a febbraio che dal trovarne una affatto diversa. Ma il Covid, e ben prima del Covid la rivoluzione digitale, non solo nel campo dell’informazione e della comunicazione ma soprattutto in quello dei servizi e della manifattura d’impresa, ha reso del tutto anacronistico il modello della nostra scuola tradizionale. E responsabilità istituzionale della classe dirigente di un Ministero prenderne atto per stabilire una realistica road map per cambiarlo.

Per questo sarebbe stato lecito aspettarsi che Linee guida e interventi dei responsabili di governo, proprio per non negare con la destra quanto affermato con la sinistra, avessero dichiarato con coraggio che, per gestire con ordine la scuola nuova prospettata a parole, servirebbero da subito docenti competenti non solo nell’insegnare quanto sanno in gruppi di livello, di compito, di progetto laboratoriale o elettivi, che siano essi disciplinari e interdisciplinari, offerti a calendario settimanale dalle scuole, ma anche nell’essere rousseauiani gouverneur degli studenti. Ovvero docenti che siano in grado di accompagnare come tutor “magistrale” un gruppo per esempio di 10-12 studenti per l’intera durata di un percorso formativo al fine di concordare con loro, grazie anche alla stipula di Patti educativi di comunità, tutte le occasioni formative formali, non formali e informali che servono per maturare le competenze attese da documentare poi nel Portfolio personale che costruiranno insieme.

Per indicare senza furbizie questa direzione di cambiamento era necessario usare i mesi passati per chiamare le migliori intelligenze del paese, i sindacati, le associazioni dei genitori, i partiti a cambiare subito alcune norme dello stato giuridico e aprire immediatamente una stagione contrattuale straordinaria per definire questa funzione del docente tutor. Viceversa non si dovevano scrivere nelle Linee guida quanto abbiamo prima menzionato.

Emergenza per emergenza un paese normale si sarebbe senz’altro stretto attorno ad una ipotesi per non ridurre il Ministero al Willy Coyote che sta appeso con una mano ad una roccia pericolante su un abisso di rocce e che pensa di aver sotto di sé terra ferma, invece che il vuoto che lo risucchierà.
Sono stati banditi invece concorsi vecchio stampo di ogni tipo e per ogni target, in questi mesi di chiusure delle scuole. Va bene, facciamoli, se ci si riesce. Servono per selezionare precari che svolgono la funzione tradizionale della scuola che il Covid ha dimostrato anacronistica. Non la si può abbandonare d’un fiato. Ma sarebbe stato e sarebbe tuttora lungimirante, i tempi ci sono se si vuole, se c’è vision politica e non piccolo cabotaggio opportunistico da Stati generali, per bandire anche subito un concorso per selezionare tra i docenti in servizio, con procedure rigorose per titoli, esami e colloqui, quelli in grado di svolgere anche la funzione di tutor. E, se del caso, di assumerne pure altri attualmente non di ruolo, ma non perché in graduatoria nazionale e o di istituto, ma perché davvero competenti nel fare quanto richiesto dalle Linee guida sul piano delle innovazioni didattico-organizzative prima ricordate. Docenti che oltre a svolgere anche la funzione di docenti tradizionali (magari non per 18 ore ma per 12) completano il loro orario di servizio con altre 348 ore annuali per progettare, pianificare, eseguire, monitorare e verificare con gli allievi e con i genitori i piani di studio personalizzati per ciascuno, pescando a volta a volta, per l’intensità e la misura necessaria alla maturazione delle competenze attese per ciascuno, tra la frequenza di attività svolte a scuola in presenza dai docenti tradizionali, attività organizzate in e-learning e attività esterne da Patti educativi di comunità.

Sul piatto, per una posta del genere, servono almeno due miliardi a regime: non si può di sicuro pagare un docente specialista come il docente tutor come un docente tradizionale.

Si continua giustamente a sostenere che i giovani sono il nostro futuro e che sono già così pochi che non possiamo permetterci il lusso di perderne non solo nemmeno uno ma anche il talento di uno solo; che la qualità dei percorsi formativi di ogni studente deve essere riconosciuta non come una priorità, ma come la priorità del paese; che, a questo scopo, varrebbe ancora di più applicare il codice Draghi, quel «whatever it takes» da lui lanciato sul Financial Time per l’emergenza economica; che una scuola con queste caratteristiche qualitative sarebbe davvero, e finalmente, un baluardo contro la disparità sociale, l’ignoranza, la decadenza culturale e civile invece aumentate in modi vistosi negli ultimi 60 anni con l’attuale organizzazione del nostro sistema di istruzione; che solo una scuola di questo livello potrà costituire una leva per quel poeple’s empowerment che è condizione e fine indispensabile per la qualità vita civile e democratica.

Se questi discorsi non fossero soltanto retorica, e magari addirittura elettorale, ma concrete policy degne di un paese e di una classe dirigente che vogliono uscire meglio di prima da una crisi che li sta ambedue condannando ad essere di gran lunga peggio di prima (il che è tutto dire) si porrebbe subito mano alle vele prima indicate. E in poche settimane, accanto ai vecchi, tradizionali concorsi a quiz o a saggi brevi, ne avremmo uno finalmente degno di rispetto, capace di avvalorare i meriti e le competenze esistenti per cambiare la scuola italiana che poi significa l’Italia.

Se no, resteremo al solito, italico “armiamoci e partite”. Magari con gli scarponi di cartone per spezzare le reni alla Grecia e per vincere la campagna di Russia. Parole, parole, parole che coprono soltanto la non commendevole somma dei tanti interessi corporativi e politicistici che ci porterà a fondo. A sfracellarci sulle rocce della realtà, senza più acun stellone a cui aggrapparci.

Giuseppe Bertagna insegna Pedagogia generale nel corso di laurea in Scienze dell’educazione all’Università degli studi di Bergamo, e Teoria e pratiche delle organizzazioni educative nel corso di laurea specialistica di “Consulenza pedagogica e ricerca educativa”. È direttore del Dipartimento di Scienze della Persona.

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Giuseppe Bertagna

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