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Il punto sulla scuola

La scuola non si riforma cambiando i banchi ma con un progetto credibile

banchi singoli

La scuola ha bisogno di una riforma strutturale. E non sono certo i banchi singoli di nuova generazione la prima cosa su cui intervenire. Per la ministra invece sono fondamentali perché facilitano il mantenimento delle distanze di sicurezza. Tanto che ha incaricato Arcuri, Commissario all’emergenza, di acquistare i nuovi e smaltire i vecchi. Da tempo i presidi ne lamentano il costo eccessivo. Si parla infatti di 400 euro per ogni banco. Per cui si arriverebbe a 1 miliardo di euro se si comprassero banchi solo per le primarie. Una cifra non indifferente, che invece si potrebbe investire nell’ottica di interventi che possano davvero cambiare la scuola.

Inoltre le linee guida per la riapertura non sono arrivate in tempo. Né per riportare gli alunni tra i banchi prima della fine dell’anno scolastico. Né per far ripartire la didattica con forme nuove che non prevedano solo l’aula nel corso dei mesi estivi. Ma solo a fine giugno il ministero si è reso conto che era necessario dare direttive per riaprire le scuole in sicurezza.

Intanto s’è fatto luglio e restano da chiarire ancora molti aspetti. Innanzitutto la data. Sul 14 settembre pende una scure delle elezioni. Alcuni presidi chiedono a gran voce di non utilizzare le scuole come seggi elettorali per non privare i ragazzi di altri giorni di scuola. A ciò si aggiunge la questione spazi e orari. Messi in discussione per rispettare il distanziamento. È necessario trovare altri spazi per accogliere gli studenti che rimarranno fuori dopo la rimodulazione delle classi. Quello dell’edilizia scolastica non è un problema nuovo, ma intanto perché non pensare a dei luoghi che non siano, appunto, esclusivamente quelli tradizionali? È iniziata una corsa contro il tempo, ma è difficile fare miracoli in due mesi. E con agosto di mezzo.

Bisognerà modificare anche gli orari. Si è parlato più volte di turni, orari di lezione ridotti e ingressi scaglionati. O di ricorso alla DAD, anche se in maniera blanda. Ma è ancora tutto da immaginare. Un grande punto interrogativo minaccia il tempo pieno. Mentre si parla di proroga dello stato di emergenza al 31 dicembre e di prolungamento dello smart working, la mancanza del tempo pieno potrebbe mettere in crisi molte famiglie. Passare dal tempo pieno alle 27 ore canoniche significherebbe inoltre venire meno al patto formativo con le famiglie. E costringere chi non può lavorare da remoto a chiedere contratti part time. O peggio ancora a lasciare il lavoro.

A tenere banco è sempre la questione delle piante organiche.Che visti i cambiamenti del numero degli alunni per classe e degli orari avranno bisogno di essere implementate. Nel Dl Rilancio arrivato in Senato dopo l’approvazione alla Camera si parla nuovamente di assunzioni a tempo determinato di docenti e personale ATA in aggiunta all’organico di fatto. Ora, a parte il fatto che questi docenti sarebbero licenziati per giusta causa e senza indennizzo se l’emergenza sanitaria dovesse cessare durante l’anno scolastico, la prospettiva di continuare ad assumere senza un’idea di fondo della scuola che vogliamo rischia di rendere ancora il nostro sistema scolastico una grande agenzia di collocamento, che funziona sul voto di scambio politico e sindacale. Tu dai il posto a me, io voto per te.
Invece servirebbero docenti diversi. Per i quali andrebbe ripensato l’iter formativo, come ha spiegato il Prof. Bertagna.

Insomma, le misure adottate e gli interventi per la ripartenza non si muovono ancora nella direzione di un cambiamento radicale. Nonostante le promesse, la scuola del futuro rischia di assomigliare ancora molto a quella del passato (mascherine e distanziamento a parte). Il tempo per riflettere e progettare la scuola nuova non è mancato, vista la chiusura a inizio marzo. Il governo non lo ha sfruttato per elaborare un progetto lungimirante per la scuola e il prezzo che i nostri ragazzi pagheranno sarà troppo alto. A settembre e nel futuro.

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