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Two plastic tax NON is megl’che one

plastic tax

La discussione del Quadro Finanziario Pluriennale al parlamento europeo ha fatto tornare in auge il dibattito sulla plastic tax. Infatti, è previsto che diventi la prima tassa comunitaria, ciò potrebbe permettere all’UE di dotarsi di risorse proprie. In Italia, abbiamo già una tassa chiamata in questo modo. Tuttavia, è importante notare che sono molto diverse tra loro.

La tassa italiana

Nella scorsa legge di bilancio è stata approvata una plastic tax, che entrerà in vigore a partire dal 1 gennaio 2021, è stata pensata a carico dei produttori e degli importatori di plastica monouso. In realtà, misure come questa si scaricano sui consumatori, che, però, non modificano i propri comportamenti. L’impatto sui consumi è basso perché l’aumento del costo risulta quasi impercettibile.

Allo stesso tempo, sono stati allocati 30 milioni come credito d’imposta del 10% per chi produce bioplastica o, più genericamente, investe nello switch tecnologico. Per quanto questa componente sia positiva, le risorse stanziate sono troppo poche.

Il quadro in Europa

In Belgio c’è una tassa sugli imballaggi di 3,6 euro al chilogrammo per le posate usa e getta di plastica. In più, c’è una tassa di 3 euro al chilo per le borse di plastica monouso. Anche in Francia, Irlanda, e Portogallo c’è una tassa simile ma modulata sulle singole buste vendute anziché sul peso delle stesse.

In Danimarca, i prodotti di packaging hanno un’imposta che va da oltre 1 euro al chilo per quelli che contengono plastica riciclata, a oltre 1,70 euro per i prodotti con plastica non riciclata. Nel Paese scandinavo sono tassate anche altre due materie plastiche. Si tratta del polistirene espanso sinterizzato e del cloruro di polivinile, entrambi a circa 2,70 euro al chilo.

La Finlandia, invece, ha istituito una tassa che riguarda gli imballaggi di bevande non alcoliche (esclusi i cartoni). I produttori e importatori di merce imballata devono pagare 0,51 euro al litro sui contenitori riutilizzabili e non riutilizzabili. Questo proveddimento colpisce chi non aderisce a sistemi di deposito cauzionale per il riutilizzo, nel caso di prodotti riutilizzabili, o per il riciclo o a un sistema EPR (responsabilità estesa del produttore) nel caso di contenitori non riutilizzabili. La tassa finlandese è simile a quella introdotta in Norvegia, ma è applicata solo sugli imballaggi non riciclabili.

Diversa la situazione in Germania, in cui non è prevista nessuna tassa, ma c’è da anni una legge sul sistema del deposito su cauzione. Per ogni bottiglia da litro e mezzo il deposito è di 20 centesimi, che vengono restituiti una volta che il consumatore consegna la platica utilizzata nell’apposito compattatore. Dal 1 gennaio 2019, è entrata in vigore una nuova legge sugli imballaggi che mira a garantire maggiore trasparenza, controllo e responsabilità dei produttori.

La tassa comunitaria

Il presupposto della tassa europea è diverso, in questo caso l’obiettivo è la plastica da imballaggio non riciclata, che sarebbe tassata di 80 centesimi al chilo. Sono previsti dei correttivi, per evitare asimmetrie contributive tra i diversi Paesi membri. Essendo all’inizio del percorso parlamentare, non ci sono indicazioni molto precise circa la sua articolazione.

La plastic tax comunitaria, se calcolata come costo di smaltimento, potrebbe essere inserita nella Tari, che subirebbe così un incremento fino al 5%. Tuttavia, siamo sempre nell’alveo delle eventualità.

Le conseguenze

L’idea di fornire risorse proprie all’Unione Europea è senza dubbio positiva, quella di utilizzare una plastic tax è invece molto discutibile.

Si stima che la tassa europea nel nostro Paese potrebbe impattare per circa mezzo miliardo di euro. Approssimativamente come la nostra platic tax. Un miliardo di nuove tasse potrebbe avere un impatto notevole sull’industria della plastica. La combinazione delle due tasse causerebbe uno shock negativo della domanda, inoltre, la produzione non avrebbe il tempo di riorganizzarsi. Tutta la filiera ne risentirebbe. Essendo un’industria che esporta molto in Europa, inoltre, sarebbe penalizzata ulteriormente.

Questo tipo di tassa dovrebbe andare a favorire l’innovazione tecnologica, non punire i comportamenti poco virtuosi. Il rischio, altrimenti, è innescare un meccanismo per cui vengono penalizzati economicamente consumatori e produttori solo per far cassa. Senza migliorare lo status quo.

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Leonardo Accardi

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