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La risposta

Dott. Pignatone, lei la conosce la vicenda Scaglia?

statua della giustizia

Secondo Giuseppe Pignatone, su “la Repubblica” del 29 luglio, l’iniziativa legislativa promossa dall’On. Costa, “finisce per indicare all’opinione pubblica i magistrati come colpevoli di tutti i casi di ingiusta detenzione”. La proposta di legge in discussione alla Camera modifica il Codice di Procedura Penale disponendo che l’ordinanza che accoglie la richiesta di indennizzo per ingiusta detenzione venga trasmessa agli organi titolari dell’azione disciplinare nei confronti dei magistrati per le valutazioni di loro competenza.
Come al solito quando si torna sulla responsabilità civile dei magistrati vi è una reazione di chiusura da parte di alcuni autorevoli magistrati che va molto al di là della ragionevolezza.
Le norme in materia di giustizia non possono essere mai valutate per il loro presunto impatto sull’opinione pubblica, ma per i loro effetti sulla realtà del nostro sistema giudiziario. La norma proposta da Enrico Costa non “punisce i giudici per gli arresti sbagliati” come denuncia il dott. Pignatone, ma chiede agli organi titolati dell’azione disciplinare di valutarne il comportamento. Un alto magistrato dovrebbe valutare una norma con animo più sereno, attenendosi ai suoi aspetti tecnici, non generando disinformazione.
Il dott. Pignatone giustamente ricorda che “la custodia cautelare richiede la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza” mentre per la condanna in giudizio l’imputato deve risultare colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio. La sentenza si basa su elementi processuali che non sono a disposizione dell’inquirente nella fase delle indagini, da qui la non colpevolezza del magistrato nel caso di ingiusta detenzione. Questa, infatti, viene valutata a sentenza definitiva emessa, ma non può essere tale in fase di indagine. Fino a qui ci siamo.

Ma il dott. Pignatone ricorda anche che, nel caso in cui il magistrato violi la legge e adotti provvedimenti cautelari nei casi non consentiti, deve essere punito in modo rigoroso.
È esattamente questo il punto. In Italia questa sanzione non avviene mai.
Le misure di cautelari personali possono infatti essere applicate esclusivamente quando esiste almeno una delle tassative esigenze cautelari di cui all’art. 274 C.P.P.: il pericolo di inquinamento delle prove, il pericolo di fuga, la reiterazione del reato.
Purtroppo, nei fatti vi è una prassi sconcertante di misure cautelari imposte in assenza delle esigenze appena descritte. Magari per estorcere confessioni, una delle patologie più infauste del sistema giudiziario italiano, lasciata in eredità dalla stagione di Mani Pulite. Piuttosto che per una interpretazione personale di certi magistrati che teorizzano la carcerazione preventiva come unica possibilità di far scontare la pena ad un indagato, visti i tempi lunghissimi e gli esiti incerti dei (loro) processi.

La leggerezza con la quale alcuni ambienti della magistratura commentano la gravissima patologia dell’elevato numero di errori giudiziari in Italia forse deriva dal fatto che ai magistrati non viene imputata alcuna responsabilità personale. Principio invece affermato in qualunque altra funzione pubblica o privata. La responsabilità del magistrato non è personale ma dello Stato. Fino a mezzo milione di euro per ogni errore giudiziario. Quasi 45 milioni di euro di indennizzi nel 2019. Soldi dei contribuenti. Il 30 per cento in più dell’anno precedente. Al di là dell’onere per lo Stato, gli errori giudiziari rappresentano un costo enorme dal punto di vista economico e sociale. E gli italiani hanno anche votato nel 1992 a favore del referendum sulla responsabilità civile perché i magistrati risarcissero di tasca propria gli errori giudiziari.
Ma il Parlamento, cambiando le carte in tavola, predispose una legge in cui a pagare fosse lo Stato.
Va qui distinto tra i casi di ingiusta detenzione, rivelatisi tali successivamente alla sentenza passata in giudicato, ma i cui provvedimenti cautelari sono stati assunti sulla base dei criteri dell’art. 274 del CPP, e i casi di provvedimenti presi in assenza di tali presupposti. Appare evidente che la sussistenza di questo secondo caso debba essere valutata da organi disciplinari indipendenti. Deve infatti essere prevista una sanzione personale, in termini di carriera ed economica, a carico del magistrato.

Del resto, il dott. Pignatone sa bene di cosa stiamo parlando. Lui nel 2012 sostituisce Giovanni Ferrara (divenuto sottosegretario nel Governo Monti) a capo della Procura di Roma durante il calvario giudiziario di Silvio Scaglia e altri amici e manager di Fastweb e di Telecom Italia. Scaglia nel 2006 viene indagato per una accusa che si rivelerà nient’altro che una bolla di sapone. Nel 2010, insieme agli altri, viene arrestato. Non tenta la fuga, non cerca di inquinare le prove o di reiterare il reato. Si costituisce. Rientra in Italia, accetta di essere interrogato. Trascorre un anno (un anno!) in custodia cautelare prima di essere scarcerato. Con gli imputati innocenti ha subito anche sequestri di beni per anni, le aziende vittime del raggiro (Fastweb e Telecom Italia) hanno dovuto patteggiare con il fisco versando ingiustamente somme rilevantissime senza che ne siano mai state risarcite. I tre manager sono stati assolti con una sentenza nettissima nell’ottobre del 2013, la posizione dell’azienda e degli altri manager coinvolti, archiviata. La procura di Roma insiste e ricorre in appello, dove nel 2017 subisce un’altra clamorosa sconfitta. Nessuno ha pagato per gli errori giudiziari della vicenda Fastweb e Telecom Italia. Il procuratore aggiunto che ha promosso l’indagine, (lo stesso che ha promosso l’incredibile l’indagine contro Ilaria Capua) non ha avuto nessuna conseguenza personale su quel clamoroso errore e su quella violazione delle norme del Codice di Procedura Penale. Il suddetto procuratore aggiunto ha vissuto quegli anni da star, invitato nei convegni, rilasciando interviste sul valore educativo dell’attività giudiziaria e sulla necessità che i magistrati fossero sostenuti dal consenso popolare per combattere il malaffare.

Il sistema giudiziario italiano ha bisogno che questi comportamenti vengano sanzionati in modo netto per renderne credibile la funzione. La stragrande maggioranza dei magistrati fanno il loro dovere nel rispetto delle leggi, secondo i principi del diritto penale liberale, senza fare interviste e sfruttare la loro notorietà conquistata violando il Codice per fare carriera o lanciarsi in politica.
È grave che non ci si renda conto che gli errori giudiziari sono un dramma tragico che investe persone, famiglie, carriere, aziende, comunità. Che mina la credibilità dello Stato. La proposta di legge Costa sulle riparazioni per ingiusta detenzione è un piccolo passo avanti. Ma per riformare davvero in profondità la giustizia italiana servono cambiamenti seri. Bisogna riformare il CSM, anche dando una composizione laica alla commissione disciplinare, separare le carriere ed eliminare l’obbligatorietà dell’azione penale. L’indipendenza e l’autonomia della magistratura sono valori inviolabili ma diventano credibili solo se accompagnati da una chiara e netta assunzione di responsabilità.

(Tratto da Il Riformista)

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Stefano Parisi

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