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Forlani: “Serve una nuova cultura del lavoro”

nunzia catalfo

Natale Forlani torna a parlare di politiche del lavoro. E a criticare le azioni del governo. Nel pieno di una crisi economica senza precedenti come quella che stiamo vivendo, la direzione da prendere sarebbe quella di una rivoluzione del mercato del lavoro. Uno scenario in cui si dovrebbe assistere a massiccia ripresa degli investimenti. Che compensino non solo i riflessi di medio-breve periodo dovuti alle misure anti Covid, ma anche le selezioni delle imprese e l’impatto delle innovazioni tecnologiche.

politiche attive del lavoro

Mentre si dà per scontato il saldo negativo sui livelli occupazionali del biennio in corso, una ripresa dei tassi di occupazione è possibile. Ma solo se si attivano processi di innovazione e incremento della produttività in maniera trasversale in ogni settore. Se i saldi finali sull’occupazione sono incerti è invece certo che, per favorire processi di incremento occupazionale, si deve investire nelle risorse umane e nell’adeguamento delle competenze dei lavoratori. Senza dimenticare che tali cambiamenti hanno bisogno di professionisti formati adeguatamente per essere alla guida di determinati processi. Il tema si intreccia a quello della qualità delle politiche attive del lavoro. Cioè quell’insieme di misure che hanno l’obiettivo di migliorare i sistemi di orientamento e di incontro tra domanda e offerta, integrare i percorsi formativi con quelli lavorativi e incentivare l’inserimento lavorativo sulla base di esigenze di lavoratori e imprese. Un tema di cui si discute molto, ma per il quale si investe poco concretamente in termini di energie e risorse.

Un approccio che non funziona

L’approccio della nostra classe dirigente alle politiche del lavoro ha in sé alcune paradossi. Innanzitutto quello di ritenere che la qualità del mercato del lavoro dipenda dalle norme che regolano i rapporti di lavoro. E non da interventi volti a migliorare l’occupabilità delle persone. E ancora, gli interventi si limitano a tutelare i posti di lavoro esistenti. Provvedimenti tipicamente italiani sono la cassa integrazione o sostegni al reddito molto prolungati. Che difficilmente si trasformano in processi di inserimento dei disoccupati nel mercato del lavoro. O in potenziamento dei servizi di orientamento, formazione e reinserimento lavorativo. In questo senso è forte il divario rispetto agli altri Paesi europei.

oltre i divari

Numerosi sono stati i tentativi di eliminare questi divari. Che hanno avuto effetti positivi quali la promozione delle Agenzie del lavoro private, la creazione dei fondi interprofessionali per la formazione continua dei lavoratori e quelli di solidarietà per la gestione integrata dei sostegni al reddito. Innovazioni per apprendistato, stages e tirocini di vario genere.

Tutti interventi supportati da ingenti fondi europei e nazionali. Ma dispersi in mille rivoli, prevalentemente in logiche autoreferenziali, e in alcune buone pratiche che non hanno prodotto effetti sistemici apprezzabili. E il nostro Paese è rimasto indietro rispetto all’efficacia dei sistemi di intermediazione tra domanda e offerta di lavoro, alla quantità e alla qualità degli investimenti formativi sulle risorse umane e alla reperibilità dei profili richiesti dalle aziende.

pioggia di Interventi assistenziali

Poi è arrivato il Reddito di cittadinanza e tutte le risorse sono state dirottate verso i beneficiari di questa prestazione. E infine l’emergenza sanitaria. Durante la quale gli interventi assistenziali sono aumentati a dismisura. E come se non bastasse, nel tentativo di superare la crisi, si propone nuovamente di riformare gli ammortizzatori sociali con l’obiettivo di semplificare l’accesso alle prestazioni. A proporre tutto ciò la ministra del lavoro, i sindacati e le associazioni degli imprenditori. L’esito finale ormai scontato. Perché per le politiche attive non servono nuove norme, ma una diversa cultura del lavoro.

(Tratto da ilsussidiario.net)

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