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Fertility gap, Italia tra i peggiori d’Europa

fertility gap

La demografia è un ambito di studio di cui si parla troppo poco. Eppure la sua dinamica causa conseguenze facili da riscontrare. Per esempio, empiricamente è semplice notare che i nuclei familiari sono sempre più piccoli. Tuttavia, l’opinione pubblica non conosce la cause, gli effetti e l’effettiva natura di questo fenomeno. Ecco perché è importante parlare del fertility gap, uno strumento fondamentale per comprendere l’inverno demografico che stiamo vivendo.

Cos’è il fertility gap

Il fertility gap, definito anche divario di fertilità, è la differenza tra il numero di bambini che le donne vorrebbero avere, ovvero le intenzioni di fertilità, e il tasso finale di fertilità.

La situazione nel mondo

Secondo l’IFS (Institute for Family Studies) “nella stragrande maggioranza dei Paesi, le donne si aspettano di avere meno figli di quelli che le stesse donne ritengono l’ideale”.

Lo studio di Beaujouan e Berghammer

Questo tema è tornato ad animare il dibattito accademico dopo la pubblicazione di studio delle demografe Eva Beaujouan e Caroline Berghammer. Sono state confrontate la differenza fra le intenzioni di fertilità e il numero di figli effettivamente avuti in venti Stati diversi, tutti europei a parte gli Stati Uniti.

Tra i Paesi presi in esame, quelli con il fertility gap meno ampio sono Norvegia, Stati Uniti e Francia. In fondo alla classifica, invece, ci sono Italia, Spagna e Grecia.

Un trend di lungo periodo

Innanzitutto è necessario sottolineare che questo è un trend di lungo periodo. L’Italia ha iniziato a registrare un calo nel numero di figli a partire dagli anni ’60. Nel 1992 i demografi Margarita Delgado Pèrez e Massimo Livi-Bacci avevano messo in guardia Spagna e Italia. Già 28 anni fa il nostro indice di fertilità era tra i peggiori al mondo.

Perché un risultato così negativo

Beaujouan e Berghammer hanno individuato tre elementi che possono aver inciso, ovvero la situazione economica, il bilanciamento famiglia-lavoro oppure la presenza di nascite non previste.

Ricerche precedenti hanno messo in luce la correlazione negativa tra il tasso di disoccupazione e il tasso di fertilità totale. L’Istat nel 2018 ha certificato che solo metà delle donne fra 25 e 34 anni aveva un impiego. Fra le 20-29enni che lavorano, inoltre, oltre metà ha comunque un posto di lavoro a tempo determinato, fattore che complica la programmazione del futuro.

Inoltre, è rilevante la possibilità di conciliare lavoro e famiglia. In questa direzione vanno considerati i congedi parentali e le strutture di assitenza all’infanzia. In Austria e Germania, ad esempio, si tende a concendere congedi sono più lunghi. Finlandia e Svezia hanno deciso di investire sugli asili nido. In Italia, invece, entrambi gli aspetti sono stati trascurati.

Infine, le autrici si sono soffermate sull’uso dei contraccettivi. In Italia e Grecia, infatti, i contraccettivi vengono usati meno efficacemente che nelle altre nazioni dell’Europa occidentale.

Il welfare aziendale

Un numero crescente di imprese sta attuando politiche di welfare aziendale, offrendo ai propri dipendenti servizi in grado di migliorare le opportunità di work-life balance.

Le aziende hanno un vasto ventaglio di possibilità in questa direzione. Dalla possibilità di lavorare in smartworking, alla concessione di congedi di paternità e maternità più lunghi della media. Anche la creazione di asili nido aziendali può essere utile. Alcune imprese mettono a disposizione dei dipendenti dei voucher, con cui è possibile acquistare beni per la prima infanzia. Non sono rare anche le imprese che prevedono dei rimborsi per le spese scolastiche e la baby-sitter. Infine, è possibile inoltre mettere a disposizione un piano di assistenza sanitaria integrativa per le visite specialistiche private a prezzo ridotto per i figli.

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Leonardo Accardi

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