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Scuole a settembre tra incognite e senso di responsabilità

scuola a settembre

Scuole a settembre tra mille incognite. Il Governo ha perso 7 mesi, non ha dato ascolto a chi faceva proposte concrete per fare riprendere la didattica e non ha ancora chiaro un piano per la riapertura in sicurezza. Facciamo il punto sulla scuola italiana, tra errori ed occasioni perse. Con una convinzione. Di fronte alle incertezze del Governo ora serve uno scatto di responsabilità da parte delle Comunità, insegnanti, genitori e studenti.

L’incertezza del Governo Conte

“La scuola a settembre deve riaprire. Non c’è altra possibilità,” ha detto il viceministro della istruzione Ascani durante il Meeting di Cl a Rimini. È un pensiero condiviso da molti, certamente anche dal ministro Azzolina che però, bisogna dirlo subito, oggi è la principale responsabile del clima di incertezza che domina nel nostro Paese a poche settimane di distanza dalla riapertura. Sappiamo tutti che non ci si può permettere di non riaprire le scuole, primo perché priveremmo i nostri ragazzi di un diritto fondamentale che è quello all’istruzione, secondo perché se gli studenti non vanno a scuola i genitori non possono tornare al lavoro.

Senza scuola non riparte l’economia

Abbiamo visto quali conseguenze economiche drammatiche in termini di crollo del PIL e di mancata crescita ha avuto ed avrà la serrata totale durante il lockdown. Senza scuola non può ripartire l’economia italiana. Ma sulla riapertura delle scuole non aiutano certe giravolte degli esperti, si pensi alle ultime dichiarazioni di Walter Ricciardi, consulente del ministro Speranza, che di fronte all’impennata dei contagi delle ultime settimane prima ha rimesso in forse la riapertura, per poi dichiarare di essere stato frainteso dalla stampa. Errori di comunicazione che generano altra ansia e tanti dubbi nelle famiglie.

Giravolte e messaggi contrastanti

Le linee guida ministeriali pubblicate a fine giugno sono da subito risultate vaghe oltre che intempestive. Hanno costretto presidi e insegnanti a correre ai ripari per trovare gli spazi necessari a far rientrare tutti a scuola in sicurezza. Il che significa cercare di mantenere il metro di distanza tra le ormai celebri “rime buccali”. Una missione che oggi sembra quasi impossibile da completare entro la data di riapertura, cioè il primo settembre per i recuperi e il 14 per le lezioni. Quando sono state emanate le linee guida ministeriali si è detto che a fine agosto si sarebbe risolto il nodo mascherine a scuola per i bambini al di sopra dei sei anni. Qualche giorno fa il verdetto del CTS è arrivato: le mascherine devono essere usate dai bambini al di sopra dei sei anni lì dove non è possibile mantenere il distanziamento sociale. Ancora incertezze.

Il problema della riapertura non sono i banchi

Per due mesi si è dibattuto quasi esclusivamente dei banchi con le ruote, di ultima generazione, come se la soluzione al problema del rientro a scuola fosse determinata solo dal numero dei nuovi arredi da comprare in grandi quantità. Il bando per l’acquisto dei nuovi banchi di scuola emanato dal commissario Arcuri ha provocato una levata di scudi delle aziende del settore. Non è chiaro quando arriveranno i banchi nelle diverse regioni, non è chiaro che fine faranno quelli vecchi, parliamo di milioni di pezzi. Ma soprattutto non è così che si può affrontare una strategia seria di riapertura delle scuole ai tempi del Covid.

Azzolina, sindacati e proposte dimenticate

A tenere acceso il dibattito sulla scuola non ci sono solo le questioni tecnico-logistiche. È di venerdì scorso l’intervista che Azzolina ha rilasciato a la Repubblica aprendo un altro fronte polemico con i sindacati. Le scuole riapriranno “nonostante sia in atto un sabotaggio da parte di chi non vuole che ripartano”, ha detto il ministro, scatenando la reazione dei sindacati della scuola. L’ex ministro dell’istruzione Fedeli ha accusato Azzolina di parole irresponsabili e divisive, ma viene da chiedersi dov’erano i sindacati che oggi si dicono pronti a riaprire quando abbiamo proposto di far ripartire la didattica in modo nuovo, seguendo le indicazioni di insigni pedagogisti come il Professor Bertagna, Perché i sindacati non hanno colto al volo questi suggerimenti facendo pressing sul Governo invece di porsi esclusivamente il problema delle piante organiche?

La scuola non si riapre solo con la burocrazia

Forse perché il sindacato conserva una “linea distruttiva ispirata al più gretto corporativismo, indifferente a ogni reale tematica educativa e pedagogica”, come ha scritto lo storico Ernesto Galli della Loggia sul Corriere. Il fatto è che non si può pensare di riaprire la scuola unicamente con decisioni burocratiche prese dall’alto, appesi alla reazione dei sindacati, senza tenere conto delle esigenze e dei bisogni delle Comunità. Ora in ogni caso è troppo tardi per rimediare agli errori del Governo, dobbiamo riaprire sapendo che ogni scuola farà storia a sé, che dovremo provare ogni soluzione possibile per garantire la sicurezza e la continuità didattica.

La scuola, l’Italia e l’Europa

Siamo davanti a un virus che ancora non conosciamo a fondo né sappiamo cosa ci riserva il futuro prossimo. I casi di contagio nelle scuole saranno inevitabili, la scommessa sarà gestirli quando le scuole a settembre riapriranno. Eppure, in molti Paesi europei questo timore non ha evitato la riapertura. I tentativi sono stati fatti già in primavera.

Ora scoprono il modello danese!

L’esempio della Danimarca, che il 27 aprile ha riaperto le scuole ai più piccoli adottando il sistema dei “pods”, tiene banco sulla stampa italiana degli ultimi giorni. Testare la ripartenza della didattica su piccoli gruppi di studenti, che non hanno contatti con altri gruppi e nei quali non sono obbligatorie le mascherine. Con le lezioni all’aperto per quanto possibile, gli ingressi scaglionati e le diverse entrate per ogni istituto. Il rispetto rigoroso delle procedure di igiene e la sanificazione degli ambienti, l’isolamento dell’intero pod fino all’esito del test nel caso di contagi. Beh, tutto questo lo avevamo scritto 6 mesi fa nel Piano Scuola di Ricostruire!

E chiedono aiuto alle scuole paritarie…

Ma nessuno al Governo o sulla stampa ha dato ascolto a chi faceva proposte alternative, salvo adesso leggere titoloni dei giornali sul “modello danese”. Per non dire della battaglia che abbiamo condotto quando si voleva impedire alle scuole paritarie di avere maggiori finanziamenti per fronteggiare la crisi dopo il lockdown. Abbiamo raccolto insieme a tanti altri mondi dell’associazionismo e della società italiana quel nutrito gruppo di parlamentari che poi hanno permesso che in Parlamento passasse l’emendamento per le paritarie e la libertà educativa.

Ebbene, oggi chi remava contro l’aumento dei fondi chiede proprio alle paritarie di fare uno sforzo ed aiutare il sistema pubblico in affanno! Insomma, abbiamo dato voce alle paritarie. Siamo stati i primi a dire che un modello alternativo di didattica con piccoli gruppi di lavoro seguiti da un insegnante tutor era possibile. E che, soprattutto, avrebbe permesso di sperimentare un nuovo modello didattico ed educativo sul lungo periodo. Risposte da Governo e sindacati non pervenute. Silenzio e confusione.

Scuola nuova e senso di responsabilità

Scuole a settembre, dunque. Dopo il Covid la scuola italiana non potrà restare quella di prima. Prima non è meglio di domani. Applicare un modello diverso avrebbe permesso di fare esperienze di scuola fuori dalla scuola, di apprendimento informale e non formale. Avrebbe potuto essere un modo di limitare l’uso della didattica a distanza che ha mostrato molte pecche e che non può sostituire del tutto quella in presenza. Sarebbe stato soprattutto il tentativo di innescare un cambiamento radicale nella scuola. Un cambiamento di cui la scuola ha davvero bisogno. La storia non si fa con i se, purtroppo non è andata così. Da oggi continueremo a fare proposte, ad ascoltare gli esperti che non si piegano all’idea di perdere un intero anno scolastico, a guardare cosa viene fatto di buono all’estero. Ormai manca poco alla data prevista per il ritorno a scuola.

Ora tocca a insegnanti, genitori e studenti

Dobbiamo essere pragmatici, pronti a sperimentare soluzioni alternative nel caso di nuovi focolai, non avere paura di sbagliare se questo servirà a farci capire come andare avanti. La macchina amministrativa dello Stato dimostri di saper funzionare ma oggi è il momento di assumerci tutti e direttamente le nostre responsabilità, come insegnanti, genitori, studenti, perché questa è una battaglia che vinceremo giorno per giorno con il coraggio di prendere decisioni e senza avere paura, nelle nostre Comunità ancora prima che negli uffici del ministero o dei sindacati.

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Redazione

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Una risposta su “Scuole a settembre tra incognite e senso di responsabilità”

Ottimo articolo. Senso di responsabilità, senso del bene collettivo e soprattutto tanto senso pratico sono le uniche armi possibili. Occorre però che il governo non intralci. Non dico collabori, dico che almeno non emani qualche nuova assurdità cui attenersi obbligatoriamente.

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